lunedì 8 ottobre 2012

Come fu temprato l' acciaio 3



concludo il racconto delle vicissitudini della Rio Tinto e del mercato dell' acciaio. Di passaggio, ricordo che la lotta tra la fazione di Jiang Zemin e quella di Hu Jintao sta giocando un ruolo centrale nella faticosa preparazione del 18esimo Congresso, quello nel quale verra' dato il via al processo di successione ai vertici...


Dunque Du Shuanghua spunta dal nulla e, sotto la protezione dell' allora  numero uno cinese Deng Xiaoping, getta le basi per la creazione di una vera industria dell' acciaio, necessaria per sostenere l' industrializzazione a tappe del forzate di un Paese che a quei tempi era ancora largamente agricolo.  
Su AsiaTimes online, Peter Lee ha cosi' raccontato il seguito della storia: “…nel 2004 Du prese la fatale decisione di risalire lungo la catena del processo ad alta intensità di capitale della produzione del ferro e dell’acciaio e di realizzare…(il suo sogno): la costruzione di un grande impianto sulla costa dello Shandong (nel nordest della Cina) che avrebbe sfruttato la produzione locale di carbone e l’ iron ore importato. Du trovò un partner entusiasta nella città di Rizhao, una località in un’ ottima posizione che da lungo tempo era stata scelta dal governo centrale per ospitare un impianto ecologico di livello mondiale e che era al centro di continue dispute tra lo stesso governo centrale, quello provinciale e quello della città. Con una impressionante dimostrazione   di forza finanziaria e politica, Du riuscì a costruirlo con capitale interamente privato…Coprì personalmente il 10% del costo della costruzione – 200 milioni di yuan – e raccolse i due miliardi mancanti con una serie di prestiti da una miriade di banche locali…”. 
Così nasce, col vento in poppa, la Rizhao Iron & Steel Corporation, quella che sei anni dopo pagherà – secondo i giudici di Shanghai – nove milioni di dollari al dipendente della Rio Tinto Wang Yong. La compagnia ha subito successo e ogni anno annuncia aumenti della produzione e dei profitti.   
Il governo dello Shandong autorizza le operazioni di Du Shuanghua ad una condizione: deve assorbire nella sua compagnia – privata e di successo – due inefficienti e pubblici impianti siderurgici, quelli di Jinan e di Laiwu. E' la classica offerta che non si puo' rifiutare. Ma Du ha un asso nella manica. E' una carta che deve aver fatto saltare sulla sedia molti papaveri dello Shandong e che introduce un terzo elemento nella saga dell' acciaio, quello dello scontro politico all' interno del PCC. …
”Du – racconta ancora Lee – silurò l’ affare nel 2009 vendendo il 25% della sua quota della Rizhao alla Kai Yuan Holdings di Hong Kong…Due delle figure chiave nella Kai Yuan sono il presidente del consiglio di amministrazione Hu Yishi e suo padre Hu Jinxing, un direttore non-esecutivo e un cugino del presidente Hu Jintao”. Bingo! Il gran capo in persona, anche se per interposta persona! Nessuno nello Shandong si puo' opporre al numero uno, ma partita non e' ancora chiusa. 
I giochi si riaprono il 5 luglio del 2009, con il clamoroso arresto di Stern Hu e dei suoi collaboratori. Ad eseguire l' arresto, sono gli agenti del Public Security Bureau di Shanghai, diretto a quei tempi da un funzionario di nome Wu Zhiming. Wu e' un seguace(e un parente) dell' ex-presidente Jiang Zemin,  capo indiscusso della cosidetta Banda di Shanghai, uno delle piu' potenti fazioni del Partito che e' in permanente concorrenza con quella guidata da Hu Jintao.  
Botta e controbotta, alla fine Du Shuanghua la scampa e, chiuso il processo si ributta (con alterne fortune) negli affari. Hu Jintao e Jiang Zemin procedono con la loro difficile convivenza ai vertici. La Rio Tinto fa la pace con la Cina. Il suo CEO Tom Albanese e' a Pechino quando il processo si conclude. Dice di essere “preoccupato” ma aggiunge tutto d’ un fiato che “è grande essere di nuovo in Cina” e che è venuto per “rafforzare la collaborazione” della sua impresa con i cinesi.  Tutto e' bene quel che finisce bene! Per tutti, meno che per i quattro disgraziati sbattuti in galera.
FINE

domenica 7 ottobre 2012

Imran, un messia improbabile


Sara' Imran Khan a salvare il Pakistan? In questi giorni sta guidando una marcia contro gli attacchi con i droni che i militari americani continuano a condurre nelle regioni tribali abitate dai pashtun lungo l' inaccessibile confine con l' Afghanistan. In Pakistan sono tutti contro i droni e tutti i gruppi politici ne chiedono la fine. Anche il governo che pero', di fatto, li accetta.
Come - sempre di fatto - ha accettato che Osama bin Laden rimanesse nascosto sul suo territorio per dieci anni e che i navy seals americani lo raggiungessero e lo uccidessero quando era diventato piu' un problema che altro…ma non divaghiamo. Tutti contro i droni, quindi. Comprensibile. Condivisibile. Ma forse il governo, l' esercito e i vari gruppi politici dovrebbero dire cosa vogliono fare per bloccare tutti gli estremisti che ormai ci vivono in pianta stabile. E potrebbero cominciare consentendo l' accesso alle zone tribali a osservatori indipendenti, che potrebbero certificate e denunciare le vittime civili che sicuramente ci sono...
Quanto a Imran, confesso, non ci credo molto. L' ho conosciuto a Lahore, nel 1996, quando era entrato in politica da poco. L' ex-campione di cricket vive in una grande single unit con un grande giardino - un "lawn", come dicono le signore della borghesia-bene che ancora fanno finta di vivere nella verde campagna britannica e non in un Paese di 200 milioni di abitanti, in gran parte poveri, in gran parte educati nelle madrasas, le scuole coraniche rette da mullah ignoranti e fanatici, un Paese governato alla meglio da un esercito che a forza di fare il triplo gioco e quadruplo gioco tra Usa, estremisti islamici, guerra strisciante contro l' India, conquista dell' Afghanistan (attraverso i propri agenti col turbante, i Taliban) ha perso lui stesso la sua bussola politica (se mai l' ha avuta), un Paese nel quale le bambine handicappate vengono messe in galera con l' accusa di blasfemia. Imran ha una bella voce profonda, veste bene e parla bene. Ma non mi convinse allora e non mi convince oggi.
E' liberale ma islamico, pacifista ma nazionalista. In marzo, si e' rifiutato di partecipare ad un convegno, in India, al quale era stato invitato anche lo scrittore Salman Rushide che - ha detto in quell' occasione Imran - "ha fatto tanto soffrire i musulmani" . Nello stesso periodo, ha organizzato manifestazioni insieme ad alcuni dei leader islamici piu' fanatici e violenti.
Ora vorrebbe andare in quelle zone tribali che ormai da piu' di dieci anni sono il teatro della sorda guerra tra gli estremisti islamici della galassia Al Qaeda e gli USA, con in mezzo l' esercito pakistano che da un colpo al cerchio e uno alla botte. Il governo e l' esercito hanno detto che non lo faranno passare. I Taliban hanno minacciato di accoglierlo a suon di bombe (ma perche'? non sono anche loro contro i droni?). Per andare avanti ci vorrebbe un Gandhi, non un ex-campione di cricket ed ex-playboy nella Londra feudal-aristocratica in cerca di emozioni…io dico che ritorna a Lahore, a ricevere i giornalisti sul "lawn" - appena i giardinieri avranno finito di pulirlo, chiaro.

aggiungo il link ad una biografia della BBC, che non mi sembra male:
http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-india-19844270

Come fu temprato l' acciaio 2


riprendo il racconto delle vicissitudini della Rio Tinto e del mercato dell' acciaio (stalin in russo):

Con il repentino voltafaccia della Rio Tinto il gioco si fa pesante e qualche settimana dopo l' annuncio Stern Hu - un cittadino straniero ma etnicamente cinese…una circostanza che la dice lunga sui sentimenti piu' profondi dei governanti di Pechino - finisce in galera accusato nientepopodimeno che di spionaggio. Con lui vanno dietro le sbarre i tre manager cinesi  Liu Caikui, Ge Minqiang e Wang Yong. I tre avrebbero ricevuto delle tangenti da manager di imprese cinesi per garantir loro l’ accesso a grosse quantità di iron ore a prezzi di favore.
Le trattative tra Rio Tinto e CHINALCO sono saltate sia per ragioni politiche – buona parte del mondo politico australiano era contraria all’ affare, che avrebbe dato alla CHINALCO, cioè allo Stato cinese, cioè ancora al Partito Comunista Cinese, una importante leva economica per piegare l’ Australia ai propri voleri – che per ragioni economiche. Infatti, mentre le trattative tra i manager dei due gruppi erano in corso il valore delle azioni della Rio Tinto era aumentato talmente che i suoi dirigenti pensavano di poter ripagare i propri consistenti debiti ricorrendo solo al mercato, senza bisogno di mettersi in casa i cinesi. 
L' attacco frontale, improvviso e violento contro la Rio Tinto in Cina, si spiega quindi con queste due ragioni: 
1.la necessità da parte di Pechino di riprendere il controllo di un settore nel quale la lotta tra le imprese cinesi aveva creato il caos e sostanziali perdite per le imprese stesse, che continuavano a pagare l’ iron ore più dei loro concorrenti asiatici (in maggioranza giapponesi) che avevano una gestione più razionale delle trattative e 
2.una rappresaglia per il voltafaccia della Rio Tinto nei negoziati con la CHINALCO.
Tra i manager che finiscono in galera il pesce grosso è Wang Yong (per lui 14 anni di galera) che da solo avrebbe ricevuto circa nove milioni di dollari di “regali” da Du Shuanghua, l’ ex-bambino prodigio dell’ acciaio cinese. La sua storia è estremamente interessante. Suggerisco umilmente di studiarla a fondo a tutti coloro che intedono fare qualche affare in Cina. In sintesi, come per molti altri personaggi del miracolo cinese, di Du Shuanghua non si capisce come sia venuto fuori. Giovanotti appena laureati, massaie di provincia, improbabili personaggi di vario calibro diventano di punto in bianco presidenti di joint-venture e addirittura compaiono nelle classifiche degli uomini più ricchi della Cina,e quindi del mondo (spesso poi, finiscono in galera, ma questa, per usare una frase fatta, e' un' altra storia…vedi ad esempio questo articolo del Financial Times: http://blogs.ft.com/beyond-brics/2012/09/25/chinas-rich-list-bad-for-business/#axzz28Tnuq59O). Le loro biografie ufficiali sembrano (e forse lo sono!) scritte con il copia-incolla: sono nati poveri, hanno cominciato un commercio o fondato un' impresa familiare, sono stati perseguitati dalle Guardie Rosse, hanno passato qualche anno ad Hong Kong o negli USA, poi hanno fatto l' investimento giusto e le loro fortune sono decollate…(segue).

sabato 6 ottobre 2012

Come fu temprato l' acciaio


Da una notizia pubblicata dalla Reuters il 4 ottobre:

"Negli ultimi tre mesi, una brusca caduta nei prezzi del minerale ferroso ha costretto l' impresa mineraria globale Rio Tinto ad accelerare e approfondire il suo programma d taglio dei costi in tutti i suoi uffici, hanno affermato questa settimana fonti al corrente dei fatti…
L' australiana Rio Tinto - che ricava l' 80% dei propri profitti dal minerale ferroso ed e' l' impresa mineraria piu' esposta alle fluttuazioni di questa materia prima per la produzione dell' acciaio - sta tagliando posti di lavoro a Londra e Melbourne, secondo quanto ha detto alla Reuters una fonte che conosce la situazione…
"La compagnia e' stata presa completamente di sorpresa dal crollo dei prezzi del minerale ferroso'' ha affermato la fonte. "La Rio era molto ottimista sul minerale ferroso fino a pochi mesi fa ma quelle previsioni si sono rivelate totalmente errate e quindi ora sta tagliando radicalmente i costi….". (http://www.reuters.com/article/2012/10/04/rio-tinto-cuts-idUSL6E8L4HZN20121004)
Ahi, ahi, ahi. 
La Rio Tinto non e' nuova a grandi exploit e improvvise cadute. La compagnia e' fortemente presente in Cina, dove qualche anno fa e' stata al centro di una drammatica vicenda di cappa, spada, affari e colpi bassi che puo' essere utile ricostruire per cercare di capire come funziona la politica cinese e come funzionano i rapporti tra establishment cinese e le imprese straniere.
                                        
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Alzi la mano chi si ricorda di Stern Hu. E di Liu Caikui, Ge Minqiang e Wang Yong? Nessuno? No problem! Nema problema! Il vostro Fuorilegge e' qui per questo, per dare una mano ai tanti smemorati, che rischiano i soldi loro e dei loro azionisti per lanciarsi sul Mercato del Presente e del Futuro.
Dunque: quei quattro disgraziati, tre anni fa si sono beccati a Shanghai delle spaventose condanne - tra i sette e i 14 anni di prigione - per spionaggio e corruzione. Stern Hu (condanna a 10 anni) e' un cittadino australiano, gli altri tre sono cittadini della Repubblica Popolare. Tutti e quattro lavoravano per la Rio Tinto, una delle tre Grandi Sorelle del mercato mondiale dell' acciaio, che, con sprezzo del buongusto e della dignita', li ha licenziati in tronco subito dopo l' annuncio della sentenza. 
Ma cominciano dal principio. 
L’ acciaio si ottiene lavorando il minerale ferroso (iron ore). I tre quarti del minerale ferroso estratto da tutte le miniere del mondo è nelle mani di tre grosse imprese minerarie: la Rio Tinto e la BHP Billinton angloaustraliane e la Vale brasiliana. Fino al 2009 il prezzo dell’ iron ore è stato deciso in trattative che i rappresentanti di questi tre Superpescecani tenevano una volta all’ anno con i principali clienti. Si stabiliva un prezzo base (il cosidetto benchmark) e se c’ erano variazioni nei 12 mesi successivi erano minime. 
I principali clienti al giorno d’ oggi sono le imprese dei paesi in crescita, quindi soprattutto i paesi asiatici. E tra questi, la Cina fa la parte del leone: nel 2009 le sue imprese hanno importato il 70% di tutto l’ iron ore esportato dalle Tre Sorellone e da alcuni pescecanetti minori. Dunque, prima che venisse la Grande Crisi questi furboni si stavano facendo i miliardi, piu' o meno in combutta con i Pescecani locali, cioe' le grandi imprese cinesi del settore. Imprese, si badi bene, statali. Stabilito il prezzo dopo estenuanti trattative, le grandi imprese cinesi compravano enormi quantita' di iron ore, che in parte rivendevano a prezzo maggiorato ai piccoli produttori. 
Fino a quando il prezzo dell' acciaio non solo e' alle stelle, ma continua a salire, tutto ok! Una fettina di torta c' e' per tutti! Ma quando comincia il maledetto (o benedetto? a volte il dubbio mi viene) slowdown, le cose cambiano e il sistema di determnazione del prezzo entra in crisi.
Riprendiamo il filo. Da parte della Rio Tinto, dicevamo, le trattative venivano condotte dall’ australiano di origine cinese Stern Hu. Da parte cinese dalla China Iron & Steel Association (CISA), che dovrebbe rappresentare tutti i produttori cinesi di acciaio. In realtà, ne fanno parte pochi privilegiati con i giusti contatti politici che poi taglieggiano gli altri produttori. La Rio Tinto è disposta a scendere ma non quanto chiede la CISA, che insiste per ottenere una riduzione del 40-45% con la motivazione, peraltro non del tutto infondata, che le imprese cinesi hanno già pagato un prezzo salato alla crisi.  
Le trattative sono ad un punto morto in giugno quando la Rio Tinto lancia la sua bomba: il gigante australiano rompe le trattative in corso da alcuni anni per una joint-venture dal valore di quasi 20 miliardi di dollari con la Aluminium Corporation of China o CHINALCO per accordarsi invece con la sua supposta concorrente BHP Billiton. Una bella coltellata alle spalle, per i mandarini di Pechino!
(segue).



Settimana d' oro per le vacanze del primo ottobre, notizie poche e lente…
Ne approfitto per iniziare la pubblicazione di una storia istruttiva e non tanto vecchia, nella forma di romanzetto a puntate che parla di affari, politica e costume nel Regno di Mezzo...

mercoledì 3 ottobre 2012

Gli infortuni dello squalo Rupert

Furbone o fessacchiotto? O tutti e due? Certo e' che quella dei diari di Adolf Hitler e' stata una delle piu' grandi bufale giornalistiche del secolo scorso e che Rupert Murdoch detto lo squalo ci e' cascato in pieno. 
Vale la pena di ricordarla, dato che siamo in tempi di grandi cambiamenti e che Murdoch ha esercitato negli ultimi quattro decenni una grande influenza sulla stampa internazionale e anche su quella del nostro Paese, dove gli aspiranti squali (e il loro padrini politici) hanno provocato un netto peggioramento della qualita' dell' informazione. Grazie a costoro provincialismo, superficialita', partigianeria politica, conflitti di interessi, mancata verifica dei fatti, pressappochismo, disprezzo per i lettori sono all' ordine del giorno. 
Per capire di cosa sto parlando , la storia dei diari di Hitler e' esemplare.
I falsi diari furono scoperti dal giornalista tedesco Gerd Heidmann che li compro' per 10 milioni di marchi dal pittore Konrad Kujau per conto della rivista Stern. A sua volta, la rivista li rivendette a vari giornali, in tutto il mondo. Tra gli altri cadde nella trappola il britannico Sunday Times, di proprieta' di Rupert Murdoch (in Italia li acquisto' Panorama, allora diretto da Carlo Rognoni). Nel giro di due settimane dalla "clamorosa" pubblicazione il falso fu scoperto. Kujau e Heidmann (che fu accusato, sembra a torto) di essersi appropriato di una parte dei soldi di Stern furono arrestati e condannati. Molti direttori e capiredattori ci rimisero le penne. Ma nessuno poteva licenziare Rupert Murdoch, lo squalo…

Magnus Linklater, un giornalista rimasto invischiato nella truffa, ha ricordato cosi' quell' episodio in un articolo pubblicato dal Guardian il 25 aprile 2012.
Ecco il link per chi vuole leggere la versione originale: 

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/apr/25/rupert-murdoch-bravado-publication-hitler-diaries

Ed ecco, qui sotto, la mia traduzione:

"Interessante il fatto che ora Rupert Murdoch dica di essere ''dispiaciuto'' per aver pubblicato i tristemente famosi diari di Hitler nel 1983. E' un atteggiamento molto diverso da quello che aveva allora - come imparai a mie spese. In quel periodo ero un direttore esecutivo del Sunday Times e mi venne assegnato l' ingrato compito di convertire quei diari in un pezzo giornalistico.  Era un compito difficile - in parte per come erano scritti ("Quel Goebbels, che rompiscatole…devo fare qualcosa per il modo nel quale Goerring cerca sempre di mettersi in luce…", cose di questo tipo), ma in parte perche' Murdoch si rifiuto' di lasciare che il Sunday Times, a quei tempi il principale giornale investigativo, indagasse sull' autenticita' dei diari stessi. 
E, quando Hugh Trevor-Roper (Lord Dacre) mise in dubbio la loro autenticita', Murdoch dette una risposta rimasta famosa: "fanculo Dacre - pubblicate".
Lui aveva comprato i diari dalla rivista Stern per un ottimo prezzo, dopo una brillante trattativa. Ma Stern era talmente terrorizzato dalla possibilita' di una diffusione dei diari, che i suoi editori insistettero perche' fosse consentito di esaminarli solo ad una persona - Lord Dacre. Invano molti di noi, tra cui io stesso, Hugo Young e Philip Knightley - pregarono il direttore, Frank Giles, di permetterci di indagare sulle origini dei testi e delle annotazioni che li accompagnavano. Ci eravamo gia' scottati le dita quando avevamo comprato quelli che sembravano essere gli autentici diari di Mussolini, solo per scoprire che erano falsi.
Ma Giles aveva avuto ordine da Murdoch di pubblicare i diari una volta che fossero stati approvati da Dacre senza perdere tempo con altre indagini. 
Il mio collega Paul Eddy ed io lavorammo tutta la notte del venerdi' precedente alla pubblicazione nel tentativo di dar forma al materiale. Mi vergogno a dire che facemmo un buon lavoro. Il sabato mattina avevamo pronta una delle prime pagine piu' sensazionali che il giornale avesse mai prodotto. Ma eravamo cosi' pieni di dubbi che a un certo punto ci domandammo se non avremmo dovuto dimetterci. Invece, io pensai di chiamare Dacre alla sua Universita', quella di Peterhouse a Cambridge, e gli chiesi brutalmente se potesse giurare sulla loro autenticita'.
 ''Certo - rispose - sono sicuro al 100%". Poi, dopo una breve pausa, aggiunse: ''be', diciamo il 99%". Dato che oggi sappiamo che aveva gia' espresso i suoi dubbi al direttore del Times, Charles Douglas-Home, il suo comportamento fu, diciamo cosi', insincero. Da allora non mi sono mai piu' fidato di ''certezze al 99%".
Cosi' andammo avanti verso uno degli episodi piu' umilianti della storia del Sunday Times. L' atteggiamento di Murdoch, comunque, rimase di aggressiva difesa della sua decisione - anche quando la storia dei diari comincio' ad andare in pezzi. "Chi non rischia, non ottiene nulla", avrebbe detto. "Le vendite sono aumentate e non sono piu' scese e non ci abbiamo rimesso soldi o roba del genere". Qualche giorno dopo, un gruppo di noi si reco' alla Gray's Inn per parlare con Murdoch, al Times. La nostra intenzione era di capire come il Sunday Times potesse superare il disastro dei diari di Hitler. Tra di noi avevamo parlato del danno che l' episodio aveva recato alla reputazione del giornale e ci eravamo chiesti se non avremmo dovuto ammettere che ci avevano fatti fessi, lanciare un' indagine sulla falsificazione o semplicemente archiviarlo come un' esperienza comunque fatta.  Mi ricordo di aver ad un certo punto guardato Murdoch e di aver pensato: "e' stufo" - stufo di ascoltare lagnosi giornalisti che si rovinavano il fegato per qualcosa per la quale nessuno di noi avrebbe potuto fare nulla. 'Guardate - disse - Non capisco perche' siete cosi' alterati. la scorsa settimana abbiamo venduto bene, e tutto fa pensare che manterremo questo livello". Poco dopo ci fecero uscire dalla stanza.
Oggi, davanti alla commissione d' inchiesta Leveson, ha ammesso di essere dispiaciuto di quella decisione. Quindi gli anni hanno avuto il sopravvento sul suo amore per le bravate. Nonostante tutto, bisogna dargli atto di essersi assunto la completa responsabilita' dei fatti. Lo fece allora e lo fa adesso. Ma non sono sicuro che noi fummo abbastanza decisi nel contrastarlo. 
Fui cosi' colpito da tutto quell' affare che sentii il bisogno, per qualche ragione, di chiamare il professor George Steiner, che allora era a Oxford, per chiedergli un consiglio. Ero stato un suo studente, e avevo ammirato la sua dirittura morale. Ad un certo momento, ci commisero': "e' un giorno terribile per il Sunday Times, non so se si riprendera' mai". Ma poi si riprese. ''Hai sentito la filastrocca che va di moda in questi giorni?", mi chiese. Fa cosi':

There once was a fellow called Dacre
Was God in his little acre
But in matters of diaries was quite ultra vires
and just could not spot an old faker".

(C' era una volta un tipo chiamato Dacre
Era Dio nel suo piccolo mondo
Ma in fatto di diari era piuttosto incerto
E  non e' riuscito a scoprire un vecchio imbroglione).

In un modo o nell' altro, mi fece sentire meglio".

(Lord Justice Leveson e' il giudice che presiede l' inchiesta sullo scandalo del News International, il giornale di proprieta' di Murdoch accusato di intercettato e pubblicato le telefonate private di privati cittadini. Lo scandalo e' emerso la scorsa primavera e ha portato alla chiusura del News International. 
Hugh Trevor-Roper ha scritto molti sul Terzo Reich tra cui il celebrato Gli ultimi giorni di Hitler ed era considerato uno dei massimi esperti mondiali di quel periodo storico. L' avallo ai diari dette alla sua reputazione un colpo dal quale non si e' mai ripresa. E' morto nel 2003).

martedì 2 ottobre 2012

Tibet, tragedia senza fine


     
Di fronte all' ennesima immolazione di un tibetano (sabato scorso) non so cosa fare, se non ripubblicare un' intervista che ho fatto in giugno all' intellettuale tibetana Tsering Woeser. Da allora nulla e' cambiato: le immolazioni sono proseguite e hanno raggiunto le 52. Il sito della Campagna Internazionale per il Tibet (www.savetibet.org) pubblica i nomi, e in alcuni casi le foto, di tutti gli immolati.

(di Beniamino Natale)
   (ANSA) - PECHINO, 06 GIU - Solo il governo di Pechino, con una decisa sterzata politica, potrebbe fermare l' ondata di autoimmolazioni tra i tibetani che a decine, negli ultimi due anni, si sono dati fuoco per protestare contro la ''repressione'' cinese. Lo ha detto in un' intervista all' ANSA la scrittrice e poetessa tibetana Tsering Woeser nel giorno incui le autorita' cinesi hanno deciso di chiudere il Tibet ai turisti in risposta alle ultime immolazioni.
   ''E' il governo, non la popolazione, che ha acceso il fuoco'', sostiene la poetessa, ''e solo il governo lo puo' fermare''. Secondo la Campagna Internazionale per il Tibet
almeno 38 tibetani si sono dati fuoco negli ultimi due anni nelle aree tibetane della Cina. La maggior parte delle 'autoimmolazioni', si sono verificate nel 2012. Per la prima
volta il 27 maggio due giovani si sono immolati a Lhasa, la capitale della Regione autonoma del Tibet e oggi, appunto, e' stato annunciato che i viaggi in Tibet sono vietati ai turisti stranieri a partire dalla fine di maggio.
   Woeser, 46 anni, autrice di un popolare blog su Internet (http://highpeakspureearth.com/)  e attiva sui principali siti di comunicazione sociale cinesi e internazionali, vive in una sorta di limbo sotto uno stretto controllo della polizia cinese. ''A volte mi impediscono di uscire, altre mi seguono o mi invitano a 'prendere una tazza di the''', l' espressione usata dai dissidenti cinesi per indicare i lunghi ed estenuanti interrogatori polizieschi. Per brevi periodi e' libera dai controlli e puo' ricevere i giornalisti nel suo piccolo appartamento alla periferia di Pechino, pieno di libri e di foto del Dalai Lama, il leader tibetano e premio Nobel per la pace che vive in esilio in India.
   ''Tutto e' cominciato con la rivolta del 2008, che per i tibetani ha segnato un grande cambiamento, in peggio, della situazione'', sottolinea. ''Con la rivolta, i tibetani avevano chiesto tre cose: liberta' di religione, parita' di opportunita' economiche con gli immigrati cinesi in Tibet e accesso all' insegnamento in tibetano di materie come la storia e la cultura tibetane. Il governo ha risposto alla prima richiesta imponendo fino dentro i monasteri l' educazione ''patriottica'' e forzando la gente a denunciare il Dalai Lama, che i tibetani amano e rispettano; alla seconda promuovendo una sempre maggiore immigrazione in Tibet di cinesi di etnia han, perche' in questo vedono la possibilita' di una soluzione futura del problema; alla terza cancellando dalle scuole le classi in tibetano, cheviene insegnato solo come seconda lingua'', sostiene la poetessa.
   La Cina accusa il Dalai Lama, che pubblicamente ha rinunciato all' indipendenza del Tibet chiedendo per il territorio quella che definisce ''una vera autonomia'', e lo accusa di promuovere segretamente la secessione. ''In Tibet tutti aspettano il suo ritorno - afferma Woeser - non oso pensare cosa potrebbe succedere se morira' senza essere rientrato'' (il leader tibetano ha 77 anni). Woeser, che in passato si e' pronunciata contro le autoimmolazioni sul suo blog, non vede alcuna possibilita' che si fermino nel prossimo futuro. ''Il numero degli autoimmollati e' molto superiore a quello che sarebbe necessario per ottenere l' attenzione del governo e della comunita' internazionale.  In Vietnam ai tempi della guerra con gli Usa basto' un' immolazione per suscitare lo sdegno dell' opinione pubblica mondiale, in Tunisia ne e' bastata una per far schierare la comunita' internazionale con i ribelli'', ricorda. ''In parte e' un successo della propaganda cinese, dato che escono poche foto degli immolati e che molti governi
preferiscono non affrontare il problema con i cinesi, nel timore di irritarli. Non che possano fare molto, ma potrebbero almeno menzionare l' esistenza del problema.'', afferma l' intellettuale tibetana. Se non ci sara' un cambiamento di politica, conclude Woeser, ''si andra' avanti cosi', tra immolazioni e repressione e nessuno puo' prevedere cosa succedera' in futuro''.(ANSA).